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Archive for the ‘Climatologia’ Category

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19

Dicembre double-face, prima metà anomala dal punto di vista termico, con temperature diffusamente sopra media; seconda metà caratterizzata da condizioni meteo di stampo prettamente invernale

Dicembre ha spesso regalato, in passato, "bianche" soddisfazioni, anche alle quote più basse della valle del crati.L'ultimo appena trascorso è partito, invece, con il pesante handicap di una circolazione stratosferica non proprio favorevole, conseguenza di un forte "cooling" che ha fatto sentire i suoi effetti anche in troposfera.La prima metà del mese è stata infatti caratterizzata dall'alternanza tra alta pressione e ondulazioni comunque poco pronunciate  del getto, che hanno però permesso il passaggio di alcuni fronti perturbati di origine per lo più nord-atlantica.Sintomo questo di una circolazione abbastanza bloccata e poco dinamica proprio per le ragioni sopra elencate.

Le temperature, in questa prima metà del mese, si sono mantenute su valori molto al di sopra della media del periodo (di circa 3°- 4° c).Ottimi invece gli accumuli pluviometrici, tra cui spiccano in particolare quelli apportati dal  passaggio perturbato del 4-6 dicembre (si pensi ai 51 mm della stazione di Cosenza W e ai 41 di quella di Montalto registrati giorno 5).Il primo episodio invernale degno di nota si è avuto solo poco prima dell'inizio della seconda decade, per effetto di una saccatura di aria artico-marittima che ha fatto sentire i suoi effetti sul nostro territorio, con le prime nevicate importanti sull'altopiano silano, nel week-end del 17-18 dicembre.Il successivo apporto di aria più fredda in quota ha contribuito nei giorni seguenti a far calare la quota neve.Neve che è comparsa, giorno 21 mattina, e seppure in maniera fugace,anche nelle zone più a sud del fondo valle.

Le feste natalizie trascorrono invece tranquillamente, con nevicate residue sulle vette silane e piogge comunque moderate a valle.Cieli sereni invece nei restanti giorni che ci hanno accompagnato fino alla notte di S.Silvestro.Le temperature in questa seconda metà del mese sono risultate al di sotto della media, anche se ciò non è stato sufficiente per far chiudere Dicembre in linea con la media clino del periodo (scarto positivo di circa 1°).Gli accumuli pluviometrici totali sono invece risultati buoni in tutta la vallata e, comunque, diffusamente al di sopra dei circa  112 mm di media mensile relativi al periodo di riferimento 1971-2000.

Redazione - http://www.cosenzameteo.it/?p=2867

dic
12

Il mese si è chiuso con una media mensile delle temperature sostanzialmente in linea con quella CLINO del periodo, ma comunque in deficit pluviometrico

I primi giorni di novembre sono stati caratterizzati da condizione metereologiche di stampo prettamente autunnale, con temperature che si sono tuttavia attestate su valori al di sopra della media del periodo.Le massime, in particolare nella prima settimana, hanno superato i 20 gradi in alcune zone della vallata.In particolare ricordiamo i 23,1° e i 22,2° fatti registrare dalle stazioni rispettivamente di Rende Nord e Montalto Uffugo, il giorno 6.
Proprio giorno 6 un fronte perturbato ha portato le prime pioggie, con accumuli che sono risultati però molto modesti a causa delle prevalenti correnti di scirocco, che hanno tenuto in ombra pluviometrica la valle del crati.
A partire da giorno 12 si è assistito ad un sensibile calo nelle temperature, dovuto a freddi venti di grecale richiamati da una depressione attiva sull' est europeo, calo più netto soprattutto nei valori minimi, grazie anche all'assenza di nuvolosità e alla ventilazione debole che hanno favorito l'inversione termica.Da segnalare i 0,0°, fatti registrare dalla stazione di Santa rosa, e gli 0.8° di Rende nord rilevati il giorno 16 Novembre.
L'inizio della seconda decade ha portato invece un nuovo peggioramento sempre all'insegna di correnti sciroccali, stavolta però con accumuli consistenti anche nella valle del crati.Le temperature si sono mantenute in linea o comunque poco sopra la media del periodo.
Gli ultimi giorni del mese, superata quest'ultima fase perturbata, sono stati invece caratterizzati da una sostanziale stabilità con temperature più fresche, che hanno permesso appunto di chiudere con una media mensile in linea con quella CLINO relativa al mese di Novembre.
Lo stesso non si può dire dal punto di vista delle pioggie:il mese più piovoso dell'anno ha infatti chiuso in forte deficit.

Redazione - http://www.cosenzameteo.it/?p=2783

nov
07

Il mese di Ottobre, dopo un lungo periodo più caldo del normale, riporta la temperatura media mensile circa 1°C sotto il valore CLINO (Climate Normal). Poche piogge.

I primi giorni sono stati caratterizzati da condizioni prettamente estive a causa della persistenza dell'alta pressione che pilotava massa d'aria calda dall'Africa. Le temperature massime hanno raggiunto anche i 27-28°C nelle zone di pianura.

Poi giorno 8 correnti fresche ed instabili hanno riportato un tempo più consono al periodo con temperature crollate (max under 20°C anche in pianura) e piogge anche abbondanti, con accumuli (giorno 9) diffusamente tra 30 e 60mm. Le temperature minime hanno raggiunto i primi valori ad una cifra.

Segue un nuovo periodo mite ma di breve durata: infatti proprio a metà mese correnti fresche orientali hanno determinato una sensibile discesa termica, tanto che sono caduti i primi fiocchi di neve sulle vette di Sila e Pollino e nella Valle del Crati si sono registrate (giorno 18) le prime minime invernali (2.8°C a Montalto Uffugo, 2.2°C Rende N, 1.1°C Rende E -- S. Rosa).

Il resto del mese è trascorso all'insegna di variabilità tra giornate serene e deboli piogge non in grado di riuscire a far chiudere il mese in media pluviometrica.

Per chi vuole rivedere il mese giorno per giorno potete consultare gli archivi webcam di CosenzaMeteo.it:

Redazione - http://www.cosenzameteo.it/?p=2706

set
01

Si è concluso l'ennesimo mese di Agosto sopramedia termica e sottomedia pluviometrica.

La carenza di piogge è stata la vera protagonista del mese: 0,0mm è stato l'accumulo totale di moltissime zone ed anche nelle zone di montagna i millimetri accumulati sono stati veramente pochi rispetto.

Il tutto è da attribuirsi al dominio anticiclonico che si è avuto praticamente per tutto il mese ed ha concesso soltanto pochi fenomeni a Ferragosto, a causa di deboli infiltrazioni fresche in quota, ed a fine mese, quando si sono verificati alcuni brevi temporali di calore (0,2mm a Cosenza W, Monte Curcio ARPACAL 28,6mm).

Sotto il profilo termico il mese parte caldo ma non troppo. All'inizio della seconda decade correnti più fresche hanno fatto scendere la colonnina di mercurio su valori abbastanza freschi, specie nelle zone interne. Si sono raggiunte minime fino a 12.2°C a Rende E, 12.9°C a Rogliano, 13.4°C a Rende N, 15.6°C a Montalto Uffugo. Successivamente s'è avuto un graduale aumento delle temperature: da giorno 15 al 27 le massime sono state sempre over 35°C nella Valle del Crati, raggiungendo punte di 40.2°C a Torano Scalo ARPACAL, 38.9°C a Rende E e Rende N, 38.7°C a Montalto Uffugo, 36.3°C anche ai 260m di Cosenza W. Solo negli ultimi giorni la situazione è tornata alla normalità. In sintesi i valori medi sono risultati circa mezzogrado sopra la media.

Ecco di seguito i valori medi di alcune stazioni della rete:

 

stazione
quota
Tmed min Tmed Tmed max Tmin Tmax Pioggia
Cosenza W
260
19.7 25.6 32.5 16.4 36.3 0.2
Montalto Uffugo
191
19.9 27.0 34.6 15.6 38.7 0.0
Rende N
173
18.2 26.5 34.9 13.4 38.9 0.0
Rogliano
872
16.9 22.2 27.2 12.9 32.8 3.6

Redazione - http://www.cosenzameteo.it/?p=2528

set
05

Le variazioni dell'indice ENSO sono spesso associate alle sorti dell'inverno Europeo. Ma siamo veramente sicuri che l'indice in esame sia, da solo, sufficiente a regolare le configurazioni bariche del vecchio continente??? Oppure c'è qualcosa in più da analizzare per soddisfare la nostra curiosità???

Ecco di seguito un excursus storico del fenomeno NINA e di una possibile chiave di lettura per il prossimo inverno a cura del nostro centro analisi.

Abbiamo spulciato il database dell'indice ENSO da cui si rilevano i fenomeni di NINO/NINA ed abbiamo selezionato tutti gli episodi di NINA disponendoli in una tabella per data e trimestre:

Successivamente abbiamo analizzato gli anni di NINA MODERATE (valori compresi tra -1 e -1,5) e di NINA STRONG (valori compresi tra -1,5 e -2) ovvero quel range in cui è prevista la NINA per questo inverno.

Come secondo passo abbiamo cercato sull'archivio storico delle carte a 500hPa e 850hPa le discese più rilevanti degli anni sopra evidenziati (evidenziando in Rosso le più intense):

Da questa prima scrematura salta all'occhio come gli inverni con NINA moderate-strong siano produttivi in termini di ondate di freddo, infatti 10 su 10 stagioni invernali  hanno prodotto incursioni gelide di una certa portata.

Altro fattore curioso è che nei periodi di NINA STRONG le discese siano concentrate esclusivamente nella primissima parte invernale ovvero nel periodo  fine novembre-inizio dicembre (anni 1973-74 / 1988-89), svanendo di fatto nel prosieguo della stagione.

Molto più "produttivi" sono gli episodi di NINA MODERATE….infatti è possibile osservare come gli episodi siano meglio distribuiti in Dicembre e Gennaio, salendo di picco a Febbraio (dove si registrano le discese più consistenti e durevoli) e buona parte di Marzo.

Da una prima valutazione, negli anni di NINA moderate l'inverno sembra molto più dinamico e produttivo.

La nostra curiosità però non si è fermata qui. Dopo l'analisi degli eventi più rilevanti abbiamo cercato di intuire una qualche correlazione tra quest'ultimi e i maggiori indici teleconnettivi di seguito esposti.

La prima cosa che salta all'occhio, e che soprattutto ci aspettavamo, sono i valori COSTANTEMENTE NEGATIVI di PDO e PNA ovvero gli indici più significativi dell'area del Pacifico, da cui dipendono molto di più di quel che si creda le nostri sorti. Il motivo è semplice, e si traduce semplicemente nella variazione dell'angolo di uscita della corrente a getto (JET STREAM) dalle coste orientali degli Stati Uniti…….infatti valori positivi di PNA e PDO sono sintomo di una forte dinamicità dell' HP Aleutinico  che , a sua volta, "eccita" la JET STREAM in uscita dalla est coast statunitense avendo di fatto un influenza marcata sulla negatività dell'indice NAO, ovvero proprio ciò che è avvenuto lo scorso anno.

Un NAO fortemente negativo è sintomo di una ingerenza atlantica sostenuta che, se per buona parte dell'europa,del nord italia e per le alte quote del sud italia è produttiva, di contro regala poche soddisfazioni alle basse quote del meridione.

Ritornando alla nostra analisi è infatti evidente come, negli episodi più significativi per le nostre terre, il NAO si mantenga su valori NEUTRI (tra 0 e 1) o debolmente Negativi (tra 0 e -1).

Per quanto riguarda l'indice AO non si riscontra una vera e propria correlazione marcata come nei casi dei precedenti indici ma, se prendiamo come riferimento i lassi temporali anni 1950-70 e 1980-2010 è possibile evidenziare come nel primo lasso di tempo i fenomeni erano molto più violenti e perseveranti a causa di una forte espansione del vortice polare (valori negativi), mentre nel secondo lasso temporale le discese vanno man mano ad essere meno perseveranti e violente (valori positivi) proprio a causa di una espansione "localizzata" e meno estesa del VP (le cause potrebbero essere una minore espansione dei ghiacci o della copertura nevosa).

Come direbbe Marzullo…la domanda sorge spontanea…ovvero com'è possibile avere degli scambi meridiani senza un apparente indice "favorevole"????…Ecco qui che risalta all'occhio l'importanza delle anomalie atlantiche (SST): sembra infatti che negli anni di NINA, l'anticiclone delle azzorre riceve un apporto in termini di spinta molto più marcato rispetti agli anni di NINO sia per la minore ingerenza atlantica (NAO positivo) e sia per la disposizione delle anomalie termiche atlantiche.

Osserviamo infatti alcune configurazioni bariche delle date sopra evidenziate:

3 Febbraio 1956

28 Febbraio 1971

 

14 Febbraio 1976

30 Gennaio 1999

11 Febbraio 1999

24 Gennaio 2000

16 Febbraio 2008

Notate qualcosa di simile????…Incredibile la costanza della configurazione che spiegherebbe anche la "correlazione nascosta" ed il passaggio da negativo a positivo dell'AO nel corso di questi anni…osservate infatti come la spinta dell'azzorriano faccia sempre più fatica a sfondare verso i paesi scandinavi.

Infine una chicca…..ecco la disposizione delle anomalie atlantiche nell'inverno 2007-2008

Dicembre

Gennaio

Febbraio

Un tripudio di anomalie positive in atlantico tra il 40° e 60° Parallelo….ovvero l'area più influente in cui l'azzorriano ricava della linfa per le sue spinte.

Ricapitolando il tutto….se ci dovreste chiedere una configurazione ottimale per le nostre terre per questo inverno vi diremmo senza ombra di dubbio NINA MODERATE, AO negativo, PNA negativo, PDO negativo, NAO neutro o debolmente positivo e , dulcis in fundo, anomalia termica positiva a largo della costa Iberica e Britannica.

 

La Redazione

Redazione - http://www.cosenzameteo.it/?p=1641

ago
15

Ripropongo un articolo di Claudio Costa pubblicato su ClimateMonitor.it in cui si cerca di dare una risposta su quanto l'effetto Antropico sia effettivamente incidente sull'attuale riscaldamento globale . Il titolo è ancor più interessante (Quando gli ippopotami nuotavano nel Tamigi), volutamente indirizzato nell'evidenziare le varie fasi climatiche che hanno dominato e regolato il nostro pianeta.

Buona lettura.

 

 

 

Scritto da Claudio Costa il 6 -- agosto -- 2010

Ormai già tre anni fa, il climatologo americano J. Christy nella sua lettera di dimissione dall’IPCC parlò di  ippopotami che nuotavano nel Tamigi:

“Forse la tendenza a dare la colpa di tutto all’uomo è dovuta al fatto che non abbiamo visto di cosa fosse capace il nostro clima prima che l’uomo facesse la sua comparsa sulla Terra…..Escludiamo la possibilità che tutto sia causato dall’attività umana, perché tutto ciò che abbiamo visto fare al clima è già successo in passato. I livelli del mare si alzano e si abbassano continuamente. La calotta artica si è ristretta in precedenza. In un millennio ci sono ippopotami che nuotano nel Tamigi, e un istante geologico dopo c’è un ponte di ghiaccio che collega l’Asia al Nord America.”

Il periodo in cui gli ippopotami nuotavano nel Tamigi era l’ Eemiano il periodo interglaciale prima del nostro dove la terra per clima, fauna e flora era del tutto simile ad ora, ma più calda globalmente e mediamente di 2°-3°C.

Ippopotamo (Hippopotamus amphibius) significa cavallo di fiume anfibio, anche se ha poco a che fare con i cavalli, sembra infatti più vicino ai cetacei nel grado evolutivo. E’ un erbivoro non ruminante, ma con più stomaci simili al complesso ruminale dei bovini, pascola di notte mentre di giorno resta prevalentemente immerso nell’acqua di laghi o fiumi, facendo sporgere solo le narici, gli occhi, e le mobilissime orecchie. Può vivere solo in climi molto caldi, attualmente è diffuso nell’Africa sud shariana.

Le zampe sono costituite da 4 dita provviste di zoccolo riunite da una membrana, è un ottimo nuotatore, con una capacità polmonare molto buona che gli permette apnee di 5 minuti. Durante il pascolo gli ippopotami emettono i loro escrementi facendo ruotare velocemente la coda che colpendo le feci le fraziona e le spande sul pascolo per diversi metri. E’ consigliabile restare fuori da questo raggio. In pratica la fertilizzazione dei pascoli da parte degli ippopotami è ottimale perché evitano le grandi concentrazioni di feci sul terreno, ma le spandono in modo, direi, agronomico.
L’ippopotamo può raggiungere il peso di 45 quintali, malgrado la mole imponente e l’aspetto goffo corre più velocemente dell’uomo almeno per brevi tratti, è un animale pericoloso per le sue temibili zanne che sono dei veri e propri pugnali. Spesso gli ippopotami attaccano l’uomo causando gravi ferite anche mortali perché sono animali molto aggressivi e territoriali.

La presenza di ippopotami nel Tamigi significa secondo E.J. Rohling et al 2002(1) che nell’Eemiano il clima era mite con le temperature sopra i 18°C senza gelate invernali. Nello stesso periodo si è riscontrata la presenza di ippopotami ed elefanti, sulle rive del Reno in Germania. Anche la presenza degli elefanti a zanne dritte ormai estinti, molto diversi dai mammuth, indicano che in Germania vi erano condizioni climatiche decisamente più miti rispetto ad ora. (2).

insolation

http://www.roveroresearch.org/climate_change/Vostok_420ky_4curves_insolation_mini.jpg

In questo grafico inserito nel 4° rapporto IPCC e tratto dai dati sui ghiacci antartici, partendo dal basso ci sono gli andamenti della radiazione solare dovuti ai cicli orbitali (insolation), dell’isotopo 18 dell’ossigeno , del metano, della temperatura e infine del CO2. L’andamento del metano è simile a quello del CO2. Si osserva che i grafici sono correlati ai cicli solari orbitali di Milankovitch (insolation): quando la insolation è alta si alzano anche gli altri parametri. Le variazioni durante i cicli orbitali riguardano l’inclinazione del sole quindi la durata del giorno e delle estati, un’azione molto importante nell’emisfero nord, cioè dove è maggiore la retroazione dell’albedo perché vi sono più terre emerse.

E’ molto interessante la linea dell’ 18O perché è strettamente correlata a quella della radiazione dovuta ai cicli solari, infatti gli autori ne hanno unito i vertici. Dai dati sul rapporto tra 18O e 16O si ricava la linea delle medie della temperatura, che sta più in alto. La sfasatura tra i picchi della temperatura e quelli del CO2 e del metano, è di centinaia di anni. Per Caillon(3) l’intervallo di tempo tra aumento di temperatura e aumento della concentrazione di CO2 e CH4 va da 600 a 1000 anni, mentre L. Stott(4) ha dimostrato che il disgelo inizia 1300 anni prima dell’aumento del CO2 che sul disgelo non ha avuto nessuna influenza.

La cosa da notare è che durante gli anni dell’ Eemiano da 121.000 a 136.000 anni fa (picco rosso delle temperature) la insolation era più alta rispetto al periodo interglaciale attuale che si chiama Holocene, questo grazie ad una combinazione particolare dei cicli orbitali di Milankovitch, che si manifestano nei tempi lunghi cioè decine di migliaia di anni (da  Wikipedia ).

eemiano

In questo grafico sono confrontati i due periodi interglaciali, per l’Holocene (linea in basso verde) si va indietro da ora per 8000 anni mentre la linea dell’Eemiano sovrapposta (linea arancio superiore) va da sx a dx come da 121.000 a 129.000 anni fa ( tratto dai dati NOAA riguardante le ice core di Vostok). La prima cosa che si nota è che nell’Eemiano faceva mediamente più caldo e questo abbiamo visto che è spiegabile da una maggiore insolation, ma si nota anche che i due periodi interglaciali sono caratterizzati da fluttuazioni marcate che producono picchi di minima e di massima. Durante il massimo picco di caldo Eemiano le temperature in Antartide(5) e in Finlandia(6) erano circa 6°C più di ora. E’ presumibile che a livello artico le temperature fossero anche più alte malgrado questo c’erano gli orsi polari alle Svalbard a dimostrare che con temperature più alte di ora non si estinguono.
Il livello dei mari era circa 6 mt più alto di adesso, sia per la dilatazione degli oceani più caldi, sia per lo scioglimento dei ghiacciai terrestri avvenuto in millenni. (Lo scioglimento dell’Artico e del ghiaccio marino antartico non ha influenza diretta sul livello dei mari).

I cambiamenti climatici all’interno dell’Eemiano si manifestano in tempi di secoli non di decine di migliaia di anni, quindi non sono spiegabili in alcun modo con i cosiddetti cicli orbitali di Milankovitch, senz’altro ci furono altre forzanti ad agire oltre come del resto nel nostro periodo interglaciale.

neff

Nel grafico tratto dal lavoro di U. Neff del 2001(7) c’è un confronto tra il dato del carbonio 14C che indica l’attività dei raggi cosmici, e un proxy del clima monsonico derivato dall 18O entrambi derivati dalle stalagmiti delle grotte in Oman. La correlazione è buona. Il flusso dei raggi cosmici è un indicatore indiretto del flusso magnetico solare che sembra quindi essere la forzante dominante delle fluttuazioni climatiche all’interno dell’Holocene e probabilmente anche nell’Eemiano.

Ovviamente la correlazione tra variazioni nel flusso magnetico solare e cambiamenti climatici non la si è riscontrata solo nell’Oman ma in ogni dove sul pianeta sia nell’Holocene si nell’Eemiano.

Beer

http://www.appinsys.com/GlobalWarming/GW_Part6_SolarEvidence_files/image009.gif

 

Come si vede nel grafico tratto dal lavoro di J Beer et al 2000(8) gli autori hanno trovato le stesse correlazioni tra flusso magnetico solare e temperature in Groenlandia attraverso le variazioni della concentrazione di isotopi di 10Be che sono un indice indiretto del flusso magnetico solare.

Shi-Yong Yu 2003 ci dice che nel mar baltico la variazione del livello del mare è correlata ai cicli solari centenari probabilmente attraverso modificazioni alla North Atlantic Oscillation NAO(9).

I coreani Kyeong Ja Kim Seung-Il Nam hanno scoperto dai sedimenti marini del Mar di Corea che ci sono continue variazioni del flusso magnetico solare attraverso i dati del 10Be (sia nell’Eemiano sia nell’Holocene) sovrapponibili a variazioni climatiche marine non certo ascrivibili ai cicli orbitali di Milankovitch(10).

Gonzalo Jiménez-Moreno et al ci parlano invece di scale millenarie e centenarie nei cambiamenti climatici del New Mexico (USA) nell’Holocene, sempre correlati all’attività solare(11). Alle stesse conclusioni arrivano Bond et al in uno studio nel nord altantico(12) e P. deMenocal et al in Africa orientale(13). Ho trovato poi un’altra decina di autori che hanno riscontrato questi cicli millenari nell’Holocene(14) e  una lista tratta dal libro “Heliophysiacl process” di una ventina di autori che hanno riscontrato correlazioni tra il sole e i cambiamenti climatici decennali e millenari in Asia.

Le conclusioni su queste correlazioni le fanno Ulrich C. Müller et al su Geology(15):

“Se le analogie tra le variazioni dell’Holocene e quelli dell’Eemiano sono corrette, la forzante che ha agito sul clima potrebbe essere stata la variazione di attività solare molto probabilmente amplificata dalle variazioni di intensità e direzione della corrente del Nord Atlantico e/o dai cambiamenti dell’indice del Oscillazione del Nord Atlantico (NOA). Se questo fosse vero, la risposta al forcing solare potrebbe avere avuto un’impronta regionale nella biologia marina del Nord Atlantico e negli ecosistemi dell’Europa centrale, su scale di tempo multisecolari e millenarie.
Questo si aggiunge alle crescenti prove di una connessione tra sole e clima su scale di tempo lunghe e ci porta più vicini alla comprensione dei meccanismi di fondo di questa connessione.
Anche se il periodo interglaciale Eemiano non è un analogo perfetto dell’Holocene a causa di una diversa influenza della forzante orbitale tra allora ed ora, il riscontro di cambiamenti ciclici naturali del clima nel corso dell’Holocene e durante l’Eemiano suggerisce che i cambiamenti ciclici naturali del clima siano una caratteristica persistente nei periodi interglaciali, e quindi aumenta la probabilità che la forzante che ha causato queste ciclicità possa agire in futuro.”

Quindi c’è una stretta correlazione tra flusso magnetico solare e cambiamenti climatici nell’Eemiano e nell’Holocene, purtoppo l’eventuale meccanismo di causa effetto ancora non è stata scoperto, si pensa all’influenza sulla formazione delle nubi, sull’ozono o alla circolazione atmosferica, o ancora alla velocità di rotazione della terra, questo però non vuol dire che non ci sia una correlazione causa effetto. La fluttuazione magnetica solare è l’unica forzante in grado di giustificare le fluttuazioni climatiche di circa 16000 anni cioè all’interno del’Eemiano e dell’Holocene in particolare per gli ultimi picchi di riscaldamento dei periodi medioevale romano e miceneo, ma anche per il ‘900.

Questo grafico è tratto da Mccracken 2007(16) e rappresenta il flusso magnetico solare, che indica l’attività solare ed è in continua ascesa anche dal 1950 al 2005 a differenza di quanto sostenuto dall’IPCC. La massima intensità del flusso, come si vede è intorno al 1993, ma è rimasta alta anche dopo.
I tratti neri orizzontali rappresentano il “piano” dei minimi solari (coincide con il minimo delle macchie solari) e gli autori ne sottolineano la ciclicità e l’aumento di valore a salti.

Negli ultimi 50 anni abbiamo i minimi costanti a 5,2 nT quindi l’attività magnetica è più alta che nei primi 50 anni del secolo  come non lo era da 1000 anni circa, mentre il massimo dell’attività magnetica è nel 1993 a circa 9,1 nT. Quindi l’ultima volta che il flusso magnetico è stato alto come nel ‘900 era proprio in concomitanza con uno dei tanti picchi di caldo dell’Holocene cioè con il periodo caldo medioevale.

E’ molto probabile quindi che la forzante che ha dominato i cambiamenti climatici dell’Holocene e del ‘900 sia il flusso magnetico solare, e sono quindi legittime le rimostranze di quelle centinaia di scienziati cosidetti scettici climatici che considerano inaffidabili le proiezioni climatiche ottenute con dei modelli che ancora non considerano correttamente la forzante naturale del flusso magnetico solare.
Il che non vuol dire che le forzanti antropiche non esistano, ma che è improbabile che le forzanti naturali siano così basse (0-0,30 watts mq)come quelle stimate da J Hansen e quindi dall’IPCC. Valori così bassi non giustificano le fluttuazioni climatiche di 16000 anni dell’Holocene e dell’Eemiano.
Se la forzante solare è quella che domina i cambiamenti climatici la riduzione delle emissioni non avrebbe alcun peso sulla mitigazione proprio perché il clima è dominato da altro, sarebbe solo un danno economico.

Riferimenti:

In questo articolo sono citate 16 pubblicazioni scientifiche peer review e ci sono link ad altre 20 peer review:  e questa è scienza ufficiale!

“scienza per sempre, e per sempre scienza”
Da Defying gravity la serie più bella dell’estate.

1)

http://www.soes.soton.ac.uk/staff/ejr/Rohling-papers/2002-Rohling%20et%20al%202002%20Eemian%20African%20monsoon%20EPSL%206304_1.pdf

E.J. Rohling a;_, T.R. Cane b, S. Cooke a, M. Sprovieri c, I. Bouloubassi d,
K.C. Emeis e, R. Schiebel f , D. Kroon g, F.J. Jorissen h, A. Lorre d, A.E.S. Kem “African monsoon variability during the previous interglacial maximum” Earth and Planetary Science Letters 202 (2002) 61^75

http://digirep.rhul.ac.uk/items/7dcc3a59-d9d8-20ff-46ba-b9af184f7caf/1/Schreve_GA2004.pdf

Biostratigraphical correlation between the late Quaternary sequence of the Thames and key fluvial localities in central Germany

2)

http://www.njgonline.nl/publish/articles/000099/article.pdf

Van Kolfschoten, Th. (2000). “The Eemian mammal fauna of central Europe”. Netherlands Journal of Geosciences 79 (2/3): 269–281

3)

http://icebubbles.ucsd.edu/Publications/CaillonTermIII.pdf

Nicolas Caillon, Jeffrey P. Severinghaus, Jean Jouzel,Jean-Marc Barnola, Jiancheng Kang, Volodya Y. Lipenkov “Timing of Atmospheric CO2 and Antarctic Temperature Changes Across Termination III” 14 MARCH 2003 VOL 299 SCIENCE

4)

http://www.sciencemag.org/cgi/content/abstract/1143791

Lowell Stott,1* Axel Timmermann,2 Robert Thunell3 Southern Hemisphere and Deep-Sea Warming Led Deglacial Atmospheric CO2 Rise and Tropical Warming Science 19 October 2007:Vol. 318. no. 5849, pp. 435 – 438 DOI: 10.1126/science.1143791

http://www.eurekalert.org/pub_releases/2007-09/uosc-cdd092507.php#

Lowell Stott: “Carbon dioxide did not end the last Ice Age”
Public release date: 27-Sep-2007 eurekalert

5)

http://www.nature.com/nature/journal/v462/n7271/full/nature08564.html

L. C. Sime1, E. W. Wolff1, K. I. C. Oliver2,4 & J. C. Tindall3 Evidence for warmer interglacials in East Antarctic ice cores Nature 462, 342-345 (19 November 2009) | doi:10.1038/nature08564; Received 9 October 2008; Accepted 5 October 2009
6)

http://www.mad.zmaw.de/fileadmin/extern/Publications/model_data.pdf

Kaspar, F., N. Ku¨hl, U. Cubasch, and T. Litt (2005), A model-data comparison of European temperatures in the Eemian interglacial, Geophys. Res. Lett., 32, L11703, doi:10.1029/2005GL022456.

7)

U. Neff “Strong coherence between solar variability and the monsoon in Oman between 9 and 6 kyr ago”, Nature 411, 290 (2001).

8 )

http://www.acrim.com/Reference%20Files/Beer%20et%20al%20-%20Role%20of%20Sun%20in%20climate%20forcing.pdf

Beer, J., Mende, W., and Stellmacher, R., 2000, The role of the Sun in climate forcing: Quaternary
Science Reviews, v. 19, p. 403–415, doi:
10.1016/S0277-3791(99)00072-4

9)

http://gsabulletin.gsapubs.org/content/115/11/1404.abstract

Shi-Yong Yu “ Centennial-scale cycles in middle Holocene sea level along the southeastern Swedish Baltic coast” Geological Society of America Bulletin November 2003 v. 115 no. 11 p. 1404-1409

10)

Kyeong Ja Kima Seung-Il Nama “
Climatic signals from the 10Be records of the Korean marine sediments
Nuclear Instruments and Methods in Physics Research Section B: Beam Interactions with Materials and Atoms Volume 268, Issues 7-8, April 2010, Pages 1248-1252

11)

Gonzalo Jiménez-Morenoa, Peter J. Fawcettb and R. Scott Andersona “Millennial- and centennial-scale vegetation and climate changes during the late Pleistocene and Holocene from northern New Mexico (USA) “
Quaternary Science Reviews Volume 27, Issues 13-14, July 2008, Pages 1442-1452

12)

Bond, G.C., Showers, W.J., Cheseby, M., Lotti, R., Almasi, P., deMenocal, P., Priore, P., Cullen, H., Hajdas, I., and Bonani, G., 1997, A pervasive millennial-scale cycle in North Atlantic Holocene and glacial climates: Science,v. 278, p. 1257–1266, doi: 10.1126/science.
278.5341.1257.

13)

http://www.ldeo.columbia.edu/~peter/Resources/deMenocal.Science.2000.pdf

deMenocal, P., Ortiz, J., Guilderson, T., and Sarnthein, M., 2000, Coherent high- and low-latitude climate variability during the Holocene warm period: Science, v. 288, p. 2198–2202, doi: 10.1126/science.288.5474.2198..

14)

A Pervasive Millennial-Scale Cycle in North Atlantic Holocene and Glacial Climates (Science, vol. 278. no. 5341, pp. 1257 – 1266, 14 November 1997) – Gerard Bond, William Showers, Maziet Cheseby, Rusty Lotti, Peter Almasi, Peter deMenocal, Paul Priore, Heidi Cullen, Irka Hajdas, Georges Bonani

A Variable Sun Paces Millennial Climate (Science, vol. 294. no. 5546, pp. 1431 – 1433, 16 November 2001) – Richard A. Kerr

Cyclic Variation and Solar Forcing of Holocene Climate in the Alaskan Subarctic (Science, vol. 301. no. 5641, pp. 1890 – 1893, 26 September 2003) – Feng Sheng Hu, Darrell Kaufman, Sumiko Yoneji, David Nelson, Aldo Shemesh, Yongsong Huang, Jian Tian, Gerard Bond, Benjamin Clegg, Thomas Brown

Decadal to millennial cyclicity in varves and turbidites from the Arabian Sea: hypothesis of tidal origin (Global and Planetary Change, vol. 34, issues 3-4, Pages 313-325, November 2002) – W. H. Bergera, U. von Rad

Late Holocene approximately 1500 yr climatic periodicities and their implications (Geology, vol. 26; no. 5; pp. 471-473, May 1998) – Ian D. Campbell, Celina Campbell, Michael J. Apps, Nathaniel W. Rutter, Andrew B. G. Bush

Holger Braun, Marcus Christl, Stefan Rahmstorf, Andrey Ganopolski, Augusto Mangini, Claudia Kubatzki, Kurt Roth, Bernd Kromet “Possible solar origin of the 1,470-year glacial climate cycle demonstrated in a coupled model” Nature 438, 208-211, 10 November 2005

The 1,800-year oceanic tidal cycle: A possible cause of rapid climate change (Proceedings of the National Academy of Sciences, vol. 97, no. 8, 3814-3819, April 11, 2000) – Charles D. Keeling, Timothy P. Whorf

The origin of the 1500-year climate cycles in Holocene North-Atlantic records (Climate of the Past Discussions, vol. 3, Issue 2, pp. 679-692, 2007) – M. Debret, V. Bout-Roumazeilles, F. Grousset, M. Desmet, J. F. McManus, N. Massei, D. Sebag, J.-R. Petit, Y. Copard, A. Trentesaux

Timing of abrupt climate change: A precise clock (Geophysical Research Letters, vol. 30, no. 10, 2003) – Stefan Rahmstorf

Timing of Millennial-Scale Climate Change in Antarctica and Greenland During the Last Glacial Period (Science, vol. 291, issue 5501, pp. 109-112, 2001) – Thomas Blunier, Edward J. Brook

Widespread evidence of 1500 yr climate variability in North America during the past 14,000 yr (Geology, vol. 30, no. 5, pp. 455-458, May 2002) – André E. Viau, Konrad Gajewski, Philippe Fines, David E. Atkinson, Michael C. Sawada

http://books.google.it/books?id=tcI1tNHmMgcC&pg=PA263&lpg=PA263&dq=neff+2001oman&source=bl&ots=q2SxGDzXW7&sig=DTOAQ93Eqz0vgURKP2OkDKreHb4&hl=it&ei=gbdXTLS3A4ueOKyu7ZEJ&sa=X&oi=book_result&ct=result&resnum=1&ved=0CBcQ6AEwAA#v=onepage&q&f=false

Heliophysical Processes Di Nat Gopalswamy
15)

 http://www.geologie.uni-frankfurt.de/staff/Homepages/Pross/PDF/Mueller_etal_2005.pdf
Ulrich C. Müller1, Stefan Klotz2, Mebus A. Geyh3, Jörg Pross4 and Gerard C. Bond5 Cyclic climate fluctuations during the last interglacial in central Europe Geology; June 2005; v. 33; no. 6; p. 449-452; DOI: 10.1130/G21321.1

16)

http://dpnc.unige.ch/ams/ICRC-07/icrc1243.pdf

McCracken, K. G. (2007), Heliomagnetic field near Earth, 1428–2005, J. Geophys. Res., 112, A09106, doi:10.1029/2006JA012119

 

Link diretto http://www.climatemonitor.it/?p=11877


Redazione - http://www.cosenzameteo.it/?p=1477

giu
09

Ripropongo, di seguito, un interessante articolo (Un clima celeste) del Col. GUIDO GUIDI in merito ad una delle ricerche effettuate del Prof. Nicola Scafetta, precisamente sulle origini astronomiche delle oscillazioni climatiche decadali e multidecadali.

 

 

Appena due giorni fa ho ricevuto dal prof. Nicola Scafetta la copia del suo ultimo lavoro, attualmente in press sul Journal of Atmospheric and Solar-Terrestrial Physics.

Proseguendo nel solco ormai tracciato con i suoi studi precedenti, il prof. Scafetta approfondisce il discorso sulle origini astronomiche delle oscillazioni climatiche decadali e multidecadali, partendo da un presupposto piuttosto semplice: è noto che le le grandi transizioni climatiche hanno origini astronomiche, è altrettanto noto che alcune oscillazioni di più breve periodo ma parimenti importanti come quelle occorse nel corso dell’attuale interglaciale hanno anch’esse ricevuto un importante contributo dall’attività solare, è dunque doveroso indagare la possibilità che anche oscillazioni di ancora più breve periodo, quali quelle occorse negli ultimi centocinquanta anni, siano in un rapporto di causa effetto con il forcing astronomico, per definire quanta parte di esse sia da imputare a dinamiche naturali e quanto sia stato piuttosto indotto dal forcing antropico.

L’applicazione di un modello di simulazione fenomenologico che tenga conto dei fattori astronomici chiamati in causa, dimostra di essere di gran lunga più preciso dei modelli in uso al GISS per la ricostruzione delle temperature medie superficiali, fornendo dunque indicazioni più affidabili circa il trend che queste potrebbero assumere nel prossimo futuro. E la risposta è concorde con quanto molti altri scienziati stanno ripetendo da qualche tempo, nonostante il mainstream scientifico continui a non tenerne conto: nelle prossime decadi quel che ci si deve attendere è una stasi o addirittura una diminuzione delle temperature globali e non un rinnovato aumento.

Sulla base delle sue valutazioni, che chiamano in causa la complessità dei moti orbitali dei pianeti del sistema solare, il Sole stesso, ed anche il satallite naturale del nostro pianeta, il prof. Scafetta si dice convinto che un buon 60% del riscaldamento sperimentato negli ultimi anni abbia origini naturali, ridimensionando in modo significativo l’affermazione alla base del 4° Rapporto dell’IPCC che individua invece nel fattore antropico la principale causa del riscaldamento del pianeta.

Nello specifico, le numerose ciclicità riscontrabili nei moti planetari e nell’attività solare, sono riconoscibili nelle serie di temperatura a diverse scale temporali, lasciando immaginare l’esistenza di una serie di meccanismi fisici e di feedback che possono agire attraverso le forze gravitazionali, le mareee e le perturbazioni magnetiche, o ancora l’effetto che i pianeti possono avere sulla variabilità dell’attività solare a sua volta capace di modulare meccanismi di amplificazione e di feedback come ad esempio le variazioni della copertura nuvolosa indotte dal flusso di raggi cosmici, oppure ancora la gravità ed i campi magnetici esercitati dai pianeti e la lunghezza del giorno, modulata dalla velocità di rotazione del pianeta, che sembra presenti un ciclo con periodo di circa sessanta anni, pari al ciclo planetario delle orbite di Giove e Saturno.

Tutte forze che potrebbero agire modulando anche le oscillazioni delle temperature delle grandi superfici oceaniche, che sappiamo essere soggette ad analoga ciclicità di tipo decadale o multidecadale.

Una teoria dunque che implica l’esistenza di legami diretti e indiretti tra il moto dei pianeti e le oscillazioni climatiche, una sincronizzazione del clima con le oscillazioni del sistema solare causate dalla circonvoluzione dei pianeti attorno al Sole. Lo scarso livello di conoscenza dei meccanismi fisici che potrebbero essere alla base di questa relazione di causa effetto, meccanismi che Scafetta comunque suggerisce e tenta di investigare, non può essere una valida ragione per ignorarne l’esistenza.

Questa l’opinione di Scafetta, che trovo assolutamente condivisibile, a prescindere dalla validità dei suoi ragionamenti, che la comunità scientifica deve comunque valutare e tenere in considerazione, non fosse altro perché, contrariamente a quanto previsto e declamato ai quattro venti soltanto pochi anni fa, i modelli di simulazione “tradizionali” hanno completamente mancato la stasi che le temperature medie superficiali hanno segnato negli ultimi anni, dimostrando come minimo di essere incompleti, stasi che invece è leggibile nelle ricostruzioni che come questa di Scafetta affrontano il problema da un punto di vista diverso e probabilmente più completo. Il fatto che molti dei fattori presi in esame si pensi siano capaci di indurre solo forcing molto piccoli, non esclude inoltre che la combinazione di molti di questi abbia invece un ruolo determinante nelle dinamiche del clima.

Insomma, un lavoro da leggere, che sono certo susciterà molto interesse nel nostro settore, che troverà più di qualche sostenitore ma anche schiere di delatori, per la semplice ragione di essere contro corrente.

A  questo link trovate una pre-print dell’articolo, mentre   

Fonte: http://www.climatemonitor.it/?p=10891

 

 


Redazione - http://www.cosenzameteo.it/?p=1122

mag
29

di GABRIELE BECCARIA.

L'uomo non c'entra, la colpa è del Sole.

L’orologio indica «meno 42 mesi». E’ il conto alla rovescia dell’astrofisico russo di ascendenza uzbeka Habibullo Abdussamatov: elaborato in un laboratorio di «periferia», alieno all’esposizione ai media, è destinato a inquietare un’umanità già distratta da un sovraccarico di problemi. Nel 2014 – è la previsione – inizierà una nuova glaciazione e il macigno delle controversie sul riscaldamento globale si sbriciolerà, anche se – ha aggiunto il professore davanti alla crema internazionale dei climatologi riunita a Chicago – il mondo non ha nulla di cui rallegrarsi. Quando il Pianeta si raffredda, i disastri sono peggiori di quando si riscalda. Pochi, oggi, sono disposti a sostenere che l’effetto serra racchiuda interrogativi da svelare e misteri da affrontare. Dagli scienziati-militanti – come Charles Hansen – ai politici-testimonial – Al Gore – il fronte dei catastrofisti è vasto, nonostante i recenti scandali su una serie di errori di calcolo, per esempio sulla rapidità dello scioglimento dei ghiacci himalayani. Eppure i critici, che sono tutt’altro rispetto ai negazionisti ottusi, aumentano: Abdussamatov è uno di questi coraggiosi, impermeabili al «mainstream» delle certezze. Ascoltatelo su YouTube, durante la conferenza sul «Climate Change» dell’Heartland Institute di Chicago (si è conclusa il 17 maggio). Superate le asperità di un inglese faticosamente declamato, scoprirete la sua scomoda verità.

Vicino alla prova definitiva

Direttore del dipartimento di ricerca spaziale all’osservatorio astronomico Pulkovo di San Pietroburgo e responsabile del progetto «Astrometria» condotto a bordo del segmento russo della Stazione orbitante ISS, è convinto di essere vicino alla prova definitiva. L’effetto serra esiste, ma non è la conseguenza dei gas che continuiamo a sparare nell’atmosfera: chi lega l’uno con gli altri in un soffocante abbraccio di causa-effetto prende una cantonata. Il colpevole è il Sole, o meglio la potenza della sua irradiazione, che nell’ultimo secolo è cresciuta in modo abnorme, ma che ora ha imboccato una precipitosa curva discendente. Così, mentre ci si affanna a disegnare torbidi scenari a +1 o +2 gradi, fino all’annunciato disastro finale dei +6, saremmo sulla soglia del fenomeno opposto, una replica della «Piccola Era Glaciale» che colpì l’emisfero settentrionale tra metà del Seicento e metà dell’Ottocento. La diminuzione delle macchie solari – ha spiegato Abdussamatov – rivela che l’attività della nostra stella è già nella fase «minima» e, di conseguenza, stiamo per assistere a «un crollo globale delle temperature terrestri». Se poi «"Astrometria" sarà sviluppato in tempo, non soltanto avremo una previsione esatta della durata della nuova glaciazione, ma potremo anche capire i meccanismi delle variazioni cicliche all’interno del Sole e le conseguenze globali sulla Terra».

Storia contraddittoria

L’irrequieta storia – tuttora controversa – delle metamorfosi climatiche non ha quindi nulla a che fare con la presenza (e i danni) della specie Sapiens. E il professore russo non è l’unico a pensarla così. Una delle sue ultime ricerche è stata inserita a pagina 140 del corposo «report» del Senato di Washington, in cui appaiono le analisi di 700 scienziati di tutto il mondo che escludono l’origine antropogenica del «global warming». I climatologi «classici» – dice l’astrofisico – sarebbero prigionieri di un cortocircuito temporale. Scambiano il passato con il presente. «L’evento solare più significativo del XX secolo è stato l’aumento, straordinariamente elevato e prolungato, della sua energia irradiata», ma questo «boom» è ormai alle spalle. «Nell’ultimo decennio, infatti, le temperature globali sulla Terra non sono affatto cresciute. Il riscaldamento si è interrotto», dopo il picco rilevato tra 1998 e 2005, «indipendentemente dai volumi delle emissioni dei Paesi avanzati». Chi vuole una controprova può rivolgersi a Marte. Qui l’uomo non ha messo piede, se non con gli ecologici robottini a batterie solari, eppure anche a oltre 55 milioni di chilometri da noi l’effetto serra – secondo le misurazioni di Abdussamatov – ha colpito, riducendo progressivamente le distese ghiacciate del Polo Sud. E’ sempre la stessa vampata solare, quella che ci ha «arrostito» e ci fa tanto preoccupare. Mentre si discute sui protocolli anti-gas serra, lo scienziato controcorrente suggerisce di prepararsi al Grande Freddo, non al Grande Caldo. Ci sono ancora 42 mesi per capire se ha ragione.

Redazione - http://www.cosenzameteo.it/?p=1078

apr
19

…ma non permanenti".

L’eruzione dell’Eyjafjallajkull in Islanda non provoca solo danni al traffico aereo ma "potranno esserci anche effetti rilevabili sul sistema climatico".

Effetti che potranno essere "stimati solo quando sara’ terminata l’eruzione" ma che comunque non saranno "permanenti sulle attuali tendenze al riscaldamento globale del pianeta".

Insomma si trattera’ di "un evento circoscritto nel tempo" la cui portata "e’ ancora da determinare". A rilevare lo scenario sono gli esperti di clima dell’Enea che stanno guardando con la massima attenzione alle conseguenze che l’eruzione del vulcano sotto il ghiacciaio Eyjafjallajkull in Islanda potrebbe provocare al clima gia’ in crisi del nostro pianeta. Uno scenario ben fotografato dal Physical Sciences Division, Earth System Research Laboratory, Noaa, Boulder, Colorado, che ha messo nero su bianco la mappa di come si e’ manifestata la circolazione atmosferica sul Nord Atlantico e sull’Europa del 14 aprile scorso, giorno in cui il potente vulcano sotto i ghiacci dell’Islanda e’ diventato una star sui media di tutto il mondo a cuasa della sua eruzione che ha sconvolto il trasporto aereo di interi Paesi nel mondo. "L’eruzione dell’Eyjafjallajokull del 14 aprile -spiegano gli esperti del clima dell’Enea- ha proiettato in atmosfera ad una quota di 4-5 chilometri una massa calda di polveri e gas". "Contemporaneamente, -proseguono- un nucleo di alta pressione al largo delle coste irlandesi, accoppiato ad una bassa pressione sulle Azzorre, formava una configurazione della circolazione atmosferica nota ai meteorologi con il nome di blocco atlantico". E per i ricercatori dell’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile "questa configurazione, caratterizzata da venti intensi da Nord sull’Europa, e’ in grado di persistere per diversi giorni". E non solo. "Il blocco atlantico -spiegano- ha trasportato rapidamente la nube di polvere verso l’Europa dove la nube ha trovato le condizioni ideali per disperdersi sul continente". Un evento che provoca alti rischi per la circolazione aerea come registrato in altre eruzioni vulcaniche.

"Come gia’ accaduto nel caso del vulcano El Chichon nell’aprile 1982, l’eruzione nell’Islanda sta causando gravi danni al traffico aereo. Per l’eruzione dell’Eyjafjallajokull -spiegano ancora gli scienziati dell’Enea- la situazione e’ aggravata dal fatto che la nube intercetta gran parte delle rotte polari fra Europa e America del Nord". Ma non sono solo i rischi sul traffico aereo a tenere in allerta i ricercatori. Oltre alle conseguenze sul traffico aereo, infatti, per gli scienziati "potranno esserci effetti rilevabili anche sul sistema climatico". "Le polveri e l’anidride carbonica prodotte dalle eruzioni vulcaniche -sottolineano- generano effetti contrastanti sulla temperatura. L’aumento di anidride carbonica, inoltre, tenderebbe ad aumentare temporaneamente l’intensita’ dell’effetto serra". "Tuttavia -aggiungono- l’effetto di gran lunga piu’ rilevante e’ quello dovuto alle polveri. Perche’ a seconda della consistenza e del tipo di eruzione, la nube vulcanica forma uno strato di polveri che puo’ arrivare a rivestire tutta l’atmosfera terrestre". "Questo strato -continuano i ricercatori dell’Enea- funziona da schermo e da specchio per la radiazione solare provocando un importante riscaldamento della stratosfera, cioe’ sopra la nube, e un raffreddamento dei bassi strati dell’atmosfera, sotto la nube. Le conseguenze di un’eruzione particolarmente ricca di composti attivi dal punto di vista dell’interazione con la radiazione solare, i solfati, vengono pero’ osservate solitamente durante i due anni successivi all’evento".

Gli esperti dell’Enea, quindi, sottolineano che "il riscaldamento della stratosfera puo’ superare, come nel caso dell’eruzione del Pinatubo nel Giugno 1991, gli 0.5°C a scala planetaria con conseguente impatto su tutta la circolazione atmosferica". Ma il fenomeno non si limita qui. "Nella bassa atmosfera le conseguenze delle eruzioni sull’abbassamento delle temperature globali -affermano i ricercatori- sono meno evidenti anche se nel passato si sono verificati casi eccezionali". E’ il caso dell’eruzione dell’aprile 1815 del Monte Tambora, in Indonesia, che provoco’ un tale abbassamento della temperatura da trasformare il 1816 in un anno senza estate. "Tuttavia, -assicurano gli esperti del clima dell’Enea- la Piccola Era Glaciale, un lungo periodo di basse temperature sull’Europa culminato intorno al 1600, stava per terminare e, nonostante il Tambora, la tendenza al riscaldamento continuo’ durante gli anni successivi". "Oggi, -spiegano ancora- la fine della Piccola Era Glaciale si fa convenzionalmente risalire al 1850 e il riscaldamento del pianeta non si e’ arrestato. I modelli numerici utilizzati per le previsioni climatiche sono molto sensibili a questo tipo di eventi. Ma solo quando sara’ terminata l’eruzione, si potranno eseguire stime quantitative delle sue conseguenze sul sistema climatico". Quindi per gli esperti dell’Enea bisogna aspettare per avere risposte concrete. "Non si trattera’ comunque -concludono- di un effetto permanente sulle attuali tendenze al riscaldamento globale, ma di un evento circoscritto nel tempo la cui portata e’ ancora da determinare".Il vulcano situato sotto il ghiacciaio Eyjafjallajokul, nel sud ovest dell’Islanda, e’ entrato in attivita’, per la prima volta dal 1821, il 20 marzo scorso, poi mercoledi’ 14 aprile e’ avvenuta la seconda eruzione che ha causato lo scioglimento del ghiacciaio e gravi inondazioni in tutta la regione. (Adnkronos)

Redazione - http://www.cosenzameteo.it/?p=892

mar
10

Classico episodio da "cuscino" nella Valle del Crati avvenuto grazie alla particolare disposizione delle correnti al suolo ed in quota. Analizziamo nel dettaglio le dinamiche che generano questo fenomeno.

Ecco una foto della vallata che ospita Rogliano scattata alle ore 13:00 del giorno in questione, che utilizzeremo per agevolare ai lettori che approcciano per la prima volta questi argomenti.

 

 

L'area evidenziata in BLU è ciò che in gergo viene definito cuscino, ovvero uno strato di aria fredda rimasta intrappolata nella valle e creatasi nella notte tra l'8 ed il 9. La domanda che molti si pongono è "come si forma questo fenomeno"? Bene, iniziamo col dire che l'aria calda ha un "peso" minore rispetto all'aria fredda, quindi per chiare evidenze fisiche l'aria fredda tende ad rimanere in basso mentre l'aria calda tende a salire…..situazione alquanto strana rispetto alle usuali giornate che viviamo, ma che sarebbe la normalità se non ci fossero le correnti a rimescolare le masse d'aria. Il cuscino di giorno 9 si è creato proprio per le particolari condizioni che erano presenti ovvero cielo stellato e quindi nessuna fonte di calore a raffreddare l'ambiente (sole) e un altro aiutino dato dalla neve presente sulle colline circostanti che ha amplificato il fenomeno di raffreddamento grazie all'irraggiamento notturno. Inoltre la quasi totale assenza di vento e la copertura fornita dalla valle con le correnti che spiravano da sud est hanno favorito il normale assestamento delle masse d'aria con il freddo in ristagnamento a valle e l'aria calda in quota (inversione termica). 

La generazione del cuscino è durata circa 8 ore, e proprio questo ristagnamento ha favorito anche un aumento dell'umidità a valle, fornendo una sorta di ulteriore protezione al cuscino e ha favorito l'omotermia fino ai 650mt….un vero e proprio microclima autorigenerante.

In quota invece la presenza di un debole scirocco(area evidenziata in ROSSO), non sufficiente a sfaldare la colonna d'aria, ha letteralmente fatto schizzare al rialzo le temperature. Proprio il caldo presente in quota ha iniziato a "scivolare" sullo strato superiore del cuscino generando dei contrasti precipitativi anche di forte intensità (area evidenziata in BIANCO) ed assolutamente non legati in nessun modo con la reale copertura nuvolosa sterile prevista il giorno prima. Ne è prova la totale assenza di fenomeni dai 900mt in su.

Come già evidenziato da alcuni utenti sul forum, il Microclima della Valle del Crati dovrebbe essere studiato attentamente, vista soprattutto la posizione geografica in cui è situata, capace di creare una fioccata coreografica ed in alcune zone anche accumuli con appena 5° gradi presenti alla quota di 850hPa.

Redazione - http://www.cosenzameteo.it/?p=566